S. Zeno che ride, la statua del patrono della città, con quell’aria da gigante buono e semplice, il sorriso un po’ sornione, è l’immagine che i veronesi amano indossare. È il quartiere folle della città; dove gli scherzi, le burle, il gioco rallegrano la quotidianità.
Pazzerelli e simpaticoni, tradiscono una vena di sana follia che, secondo la tradizione, è portata dal vento fresco che scende dal monte Baldo ed è riassunta nel famoso proverbio: “veneziani gran signori, padovani grandi attori, vicentini magna gatti, veronesi tutti matti”Legate le sue fortune a cavallo del Millennio alla presenza alla presenza di una abbazia e di un monastero benedettino, carichi di possedimenti e rendite, la chiesa di San Zeno fa parte della storia stessa del culto cristiano a Verona.

Tesori d’arte nella chiesa di San Zeno:
Assieme all’Arena d’epoca romana, l’edificio intitolato a San Zeno è forse il monumento più famoso della città scaligera.
Nel 589, parlando del cessato pericolo per la città di essere travolta da una inondazione, Gregorio Magno fa riferimento a una chiesa che i più identificano con quella sorta per onorare il santo morto poco prima della fine del IV secolo. L’antica chiesa, secondo alla tradizione, avrebbe subito un radicale intervento a cavallo tra VIII e il IX secolo a opera di re Pepino e dell’allora vescovo Ratoldo, che avrebbero anche contribuito ad arricchire i possedimenti dell’abbazia benedettina.
Solo nell’807, però, vennero accolte nel nuovo edificio le spoglie di san Zeno e nei secoli successivi la chiesa venne in più occasioni rifatta o rimaneggiata fino ad assumere l’aspetto attuale. Processo di riedificazione che si concluse con i due grandi interventi in stile romanico, attorno al XII secolo, seguiti dalla risistemazione trecentesca dell’abside maggiore a pianta poligonale e del presbiterio.
Sul piano storico, la vicinanza del monastero segnò anche le sorti della chiesa. Quando, in seguito all’avvento degli Scaglieri alla guida di Verona, le proprietà monastiche cominciarono ad essere incamerate dal “potere laico” e al comando del monastero furono posti soprattutto figli naturali dei ricchi signori, anche la chiesa ne sentì le conseguenze.

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