La Cappella di San Severo è di per sé un’opera d’arte contenente opere d’arte, fra le quali una statua che a detta del poeta Adonis è finanche più bella di tutte le statue di Michelangelo. Siamo nel capoluogo campano, in pieno centro storico. Basta una delle tante offerte di volo per Napoli su volo24.it per raggiungere una delle città più suggestive del mondo da ogni angolo del Belpaese al massimo in due ore e da lì, passeggiando fra dedali e vicoli di storia antichissima, profumi di pizza e babà e suoni dalla musicalità atavica si raggiunge la Cappella di San Severo.

Siamo nel pieno cuore napoletano, in vista della Chiesa di San Domenica, due passi dall’Univerità e tre dal porto, dal cui mare giunge l’effluvio e il colore. Giá di per sé, la Cappella, opera d’arte, si diceva e la sola descrizione richiederebbe volumi interi per capienti scaffali. Qui si trova una meraviglia scultorea che ha strappato giudizi stupefatti da specialisti e profani. Antonio Canova, uno dei più talentuosi scultori di ogni tempo, non esitò a dichiarare che avrebbe ben regalato dieci anni di vita pur di essere l’autore di quell’opera mozzafiato. Riccardo Muti ne volle la foto per la sua direzione del Requiem di Mozart, de Sade esaurì il dizionario del meraviglioso per descriverlo, matilde Serao era invece senza parole. Signori, silenzio: siamo al cospetto del Cristo Velato della Cappella di San Severo.

L’opera d’arte è frutto del genio dell’immenso Giuseppe Sanmartino.

La statua coglie Cristo negli istanti poco dopo aver espirato il suo ultimo respiro vitale. Già le sue forme e le sue linee, di un realismo che a definire fotografico è poco, basterebbero per regalare l’opera all’Olimpo delle sculture: la maschera di dolorosa pace dopo ore di sofferenza, il capo reclinato da cui affiorano in gentile rilievo le vene poco prima ancora pulsanti vita, le mani torturate che ormai cedono stanche alla tregua liberatrice della morte.

E poi, il velo.

Il velo che copre l’intero corpo, fino sopra il viso, oltre i capelli. Un velo fine, delicato, lieve, soave che nel ricoprire corpo e viso di Gesù si adagia in pieghe e volute che evocano una drammaticità, un pathos pari se non finanche superiore alla passione del viso. La levità delle sue linee rivelano – anzi, svelano – il corpo ormai esanime del Cristo, in ogni suo minimo dettaglio, lasciando palesare la parabola ormai terminata della sua passione, quando la morte lo ha appena liberato delle indicibili sofferenze che ancora traspaiono da volto e corpo.

Talmente ben fatto, talmente gentile e fine, questo velo, che più volte nei secoli – quando mancavano le attrezzature odierne – si è pensato ad una reale velo poi “marmorizzato” attraverso processi chimici, della cui conoscenza pur era privo Raimondo di Sangro, principe di San Severo. Tesi affascinante, ma oggidì smentita: la statua, per quanto incredibilmente realistica nelle sue piegature e rifiniture, è proprio ricavata da un unico blocco di marmo.

Un altro, ennesimo esempio delle numerose bellezze con cui Napoli sa stupire il suo turista.

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